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Sheer88 in Strani incontri si f...
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Le mani si muovono un po’ più velocemente del solito. Stasera, ho voluto mettere alla prova i fiati. Sono partito, così, senza avvisare nessuno. Un pezzo di Count Basie, di quelli belli, con il contrabbasso che fila veloce e l’improvvisazione finale dei fiati. Comincio, appunto, senza avvisarli. Simon, il batterista, mi è subito dietro, preparato da anni di jam session. Mel, il sassofonista, si gira verso di me e mi sorride mentre al contrabbasso Sam, diminutivo di Samantha, inizia a tessere il suo sottofondo.
Tutto intorno a noi, intorno al palco, le cameriere nei loro pantaloni neri attillati fanno lo slalom tra i tavolini con vassoi di legno in mano, pronti a servire ed ascoltare, pazienti, anche i clienti più pignoli. Un tizio una sera ha chiesto “Martini dry con un cubetto solo di ghiaccio mi raccomando altrimenti con due diventa troppo acquoso un fetta di limone dentro ma non troppo grande e una ciotolina di salatini ma non troppo salati altrimenti mi viene troppa sete e mi tocca chiedere il secondo cubetto di ghiaccio per il Martini!” tutto d’un fiato. E no, non stava scherzando!
Molly, una delle cameriere, mi fa l’occhiolino. È un po’ che mi ha adocchiato. Sarà per questo che sta tanto antipatica a Sam, ma io le sorrido comunque di rimando. Fa parte del gioco un pochino di gelosia, no? Intanto le mie mani sfrecciano veloci sul pianoforte e ad uno a uno i fiati fanno il loro assolo improvvisato. Stasera sono di buon umore e improvviso anch’io per chiudere il pezzo. Il tempo di qualche applauso e un sorso di Guinness che siamo già ripartiti. Sono sempre io a iniziare. E questa volta chiamo in causa la bellissima voce di Sam con un pezzo di Ella Fitzgerald. E lei non mi delude.
L’atmosfera nel locale è quella calda di sempre, la gente è tanta e c’è chi ci ascolta e chi si lascia semplicemente cullare dalle note della nostra musica mentre chiacchera con un amico, con la moglie, con un cliente, un collega, l’amante, il fratello e chi più ne ha, più ne metta. Ci sono i clienti abituali, alcuni dei quali ormai ci salutano anche, e quelli nuovi. Ce ne sono sempre di nuovi. Attirati forse dall’acquolina provocata da una buona birra scura in una serata d’inverno, quando non ne puoi più del freddo nelle ossa provocato dalla neve e ciò che vuoi è solamente scaldarti con un amichevole boccale o un socievole bicchierino di whisky. Doppio malto. Liscio. Da rigirarti in bocca e assaporare, da far gridare di gioia ogni singola papilla gustativa. Il barista, al solito, sta intrattenendo qualche ragazza giovane, troppo per lui, con uno dei suoi aneddoti. A quest’ora la moglie è già a letto. E noi suoniamo. Suoniamo il jazz perché il jazz fa dimenticare ogni guaio e ogni problema. Te li fa lasciare subito fuori dalla porta. Prima ancora di togliere il cappotto o la giacca, tu la apri e il jazz ti colpisce d’improvviso, facendo volare via tutti i dubbi. Che andranno a casa ad aspettarti, sì, ma almeno per qualche ora ti lasceranno in pace! Suonavamo perché il mondo è grande, e fa paura, suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov’era, e chi era. Suonavamo per farli ballare, perché se balli non puoi morire, e ti senti Dio. E suonavamo il ragtime, perché è la musica su cui Dio balla, quando nessuno lo vede. Su cui Dio ballava, se solo era negro. Suonare era la cosa che ci rendeva le persone più unite del mondo. Eravamo un gruppo di amici, ma una cosa sola mentre suonavamo. È questo che intendono i francesi quando dicono ensemble. Suonare, inoltre, mi rende unico. Quando suoni sei tu e lo strumento. E il tuo gruppo. Di giorno sei un banchiere, un agente d’assicurazioni, un insegnane, un cuoco, un medico e così via…la sera, se suoni in un gruppo, sei Dio.
Il terzo bicchiere di Guinness è finito. Le maniche della camicia sono arrotolate fino al gomito e la giacca nera è gia stata abbandonata sulla coda del pianoforte. Una sigaretta tra le labbra balla al rimo che la gamba sta seguendo e le mani corrono ancora veloci, solo un poco stanche. È ormai tardi, ci sono solo i nottambuli e gli insonni nel locale, ma noi continuiamo a suonare lo stesso. Per loro. Per noi. Per Dio.
È vacanza...e oltretutto la notte è giovane...quasi. Sonno, in ogni caso, non ce n'è! La casa è vuota...sono solo! E allora perchè non comportarsi come nei film? Quelle scene splendide da telefilm in cui il protagonista triste per qualche motivo se ne va in giro di notte, da solo, rimuginando sulla sua condizione (quasi sempre sentimentale...) con sotto qualche canzone commovente! Basta, ho deciso! Prendo, e esco! Fuori prendo una direzione a caso. Camminando, in breve, sono al parco. Il parchetto di fianco al cimitero. Vuoto, a quest'ora di notte. Mi siedo. Mi guardo intorno, pensando, rimuginando, esattamente come fanno nei film. Ed è proprio qui che la mia avventura ha inizio! Di fianco a me, non chiedetemi perchè, una chitarra classica. Bellissima ed invitante. L'avrà dimentica qualcuno...o magari solo appoggiata ed è andato a farsi una pisciatina. Mi guardo intorno...nessun pisciatore notturno. Allora la prendo...giro di do: Do, La-, Re-, Sol7...è accordata, o almeno mi sembra! Davanti a me qualcuno attacca un giro di do arpeggiato. Alzo la testa di scatto e scorgo nella penombra un signore anziano, capelli lunghi e bianchi raccolti in una coda, lungo e sottile, con occhi arzilli e saggi. Il suo giro di do è molto ma molto più pulito del mio, come se lo suonasse ogni giorno da sempre...così aspetto che lo finisca. "È sua questa? Le chiedo scusa, l'ho vista appoggiata qui e in giro non c'era nes...." "Suona!" mi dice con voce melodiosa e con un accento straniero che dapprima non riconosco! "Suona!" L'accento è inglese e mi spiazza. Io? Suonare? Ma io so mettere insieme si e no 4 accordi, e con sotto un canzoniere per di più...ma il mio corpo non obbedisce più al mio cervello...o forse è il mio cervello a non ubbidire a me. In ogni caso, torno indietro, mi siedo, prendo la chitarra "Va bene!", dico. Io sto pensando "Ma non so suonare nulla!", ma le mie mani sono già partite: Overkill di Colin Hay. La melodia è stupenda, il giro altrettanto. Mi scopro a cantare a voce alta, senza accorgemene. E la mia voce è bella, pulita, intonata....non sbaglio una nota fino alla fine, quando alzo la testa per guardare il vecchio che applaude! "Puoi fare di meglio!" mi dice col suo accento inglese mentre attacca l'assolo iniziale di Wish you were here dei Pink Floyd. La fa tutta, solo chitarra classica, neanche un suono con la voce...ma è bellissima! Io rimango a bocca aperta tutti e 6 i minuti e lui finisce con uno svolazzo, credo, improvvisato. Mi guarda, "Puoi fare di meglio!". See..a parole. Il mio pensiero non fa in tempo ad arrivare alla fine che le dita sono partite: Midsummer's daydream dei Triumph. Mi viene da dio, nonostante non avessa mai visto neanche la tablatura di quella canzone. Pulita, semplice, veloce com'è...bella davvero! Mi viene da applaudermi da solo. Ma alla fine, è il vecchio che mi applaude e mi dice: "Puoi fare di meglio!". Le sue dita iniziano l'intro di Innuendo. La fa tut-ta! Dalla prima all'ultima nota. Senza una parola, solo classica...ma perfetta! Non so come faccia! Anche la parte spagnoleggiante è fantastica, nonostante nell'originale fossero 2 o 3 chitarre, suonate da chitarristi come Brain May e Steve Howe...mica merda! Chiude e mi guarda, "Puoi fare di meglio!". Questa volta non penso niente, ho capito! Parto: Mood for a day di Steve Howe. Mentre suono, lo osservo. Lui pare stupito, quasi offeso. Come se suonassi un pezzo di un rivale. Inutile dire che andò alla perfezione, ma lui non applaudì alla fine! "Puoi fare di meglio!", e partì con un medley di pezzi di Eric Johnson, alla classica. Mi consideravo battuto, ma alla fine mi guardo e "Puoi fare di meglio!"...come posso fare di meglio? Così, mi risposero le mani: Icarus' dream suite di Yngwie J. Malmsteen. Arrivai alla fine sudato, ma con un sorrisetto soddisfatto stampato sulla bocca. Sorrisetto che pian piano svanì mentra, con noncuranza, il vecchio suonò l'intera intro di piano di Firth of fifth dei Genesis. Con l'ultima nota, il tipo si alzò e mi si avvicinò. Alla luce, lo riconobbi subito. Io: "Ehi, non vale! Con l'ultimo pezzo hai giocato in casa!". Lui: "Non ho mai detto che non avresti potuto suonare pezzi tuoi!". Io: "Ma io non ho niente di mio!". Lui: "Sbagli! Tutti hanno qualcosa di loro, dentro. Bisogna solo trovare il modo di esprimerlo. Se lo trovi, anche se è il più infimo, sarai una persona felice! Ricordalo....è stato un piacere suonare con te, comunque! Ora devo andare! Buonanotte!". "Buonanotte!" risposi io perso nei miei pensieri. Il vecchio scomparve e io tornai a casa senza rendermene conto. Arrivato a casa, mi resi conto di aver lasciato lì la chitarra. Ma avevo un compito: esprimere ciò che avevo dentro. E mi misi a scrivere. Chissà, se è proprio questo il mio modo. Sperò di sì, perchè mi piace molto...e non trovarlo mi scoccerebbe alquanto!
In ogni caso, lo facevo più basso, Steve Hackett...